Fratelli Raguzzoni
Non siamo partiti dall'idea di fare vini diversi. Siamo partiti dall'idea di ascoltare la nostra terra senza pregiudizi.
Questa è la storia dei fratelli che hanno scelto di rileggere l'Emilia attraverso i suoi vitigni più autentici, dando vita a vini sorprendenti, identitari e profondamente radicati nella loro terra, senza mai rinunciare alla sua storia.
Ci sono territori in cui il vino è così profondamente legato alla cultura da far pensare che ogni strada sia già stata percorsa, ogni interpretazione già tentata, ogni storia già scritta. L'Emilia è uno di questi. Una terra capace di regalare alcuni dei prodotti più straordinari della gastronomia italiana e che, proprio per questo, rischia talvolta di essere raccontata sempre allo stesso modo.
Eppure il vino ha una caratteristica meravigliosa. Non smette mai di sorprendere.
La prima volta che ho incontrato Davide e Andrea Raguzzoni ero convinto che avremmo parlato soprattutto di vino. Mi sbagliavo. Abbiamo parlato di vigne, di dubbi, di ricerca, di errori, di tentativi. Di tutto ciò che succede prima ancora che un grappolo diventi mosto.
Solo dopo sono arrivate le bottiglie. E c'è una frase che, nel corso della giornata, ho sentito ripetere da Davide più volte.
"Non perché lo facciamo noi, ma..."
All'inizio mi è sembrata una semplice espressione. Poi ho capito che era molto di più. Era il suo modo di uscire di scena. Di togliere il produttore dal centro del racconto e lasciare che fosse il vino a parlare.
Perché Davide e Andrea non cercano di convincerti. Preferiscono metterti nelle condizioni di arrivare da solo alle conclusioni.
Ripensandoci oggi, credo che sia proprio questa la chiave per comprendere Fratelli Raguzzoni.
E se questa terra avesse ancora qualcosa da raccontare che nessuno aveva mai provato ad ascoltare?
La famiglia Raguzzoni coltiva uva nella campagna modenese fin dagli anni Settanta. Per oltre cinquant'anni ha fatto ciò che ogni grande famiglia agricola sa fare meglio: osservare. Aspettare. Imparare.
Il progetto non nasce dal desiderio di aprire una cantina. Ma dal bisogno di completare un percorso.
Accompagnare ogni grappolo fino alla bottiglia. Assumersi la responsabilità di raccontare la propria terra senza intermediari.
“Il vino nasce quando qualcuno smette di imporgli un'identità e inizia finalmente ad ascoltarlo.”
Oggi si parla continuamente di identità. È una parola bellissima. Forse anche troppo utilizzata. L'identità nasce quando trovi il coraggio di porti una domanda che gli altri non si stanno facendo.
Ed è esattamente quello che hanno fatto i Raguzzoni.
Non sono produttori contro la tradizione. Sono produttori che hanno avuto il coraggio di rileggerla.
Hanno scelto di valorizzare vitigni come il Trebbiano Modenese, il Trebbiano di Spagna, il Lambrusco Oliva e il Lambrusco di Sorbara con uno sguardo diverso.
Non per essere originali ma per essere sinceri. Per questo preferiscono parlare di rifermentato emiliano.
Non è una presa di distanza dalla tradizione del Lambrusco, ma il desiderio di raccontare una filosofia prima ancora di una categoria.
Ecco le etichette più pionieristiche dell'Emilia contemporanea che riscrivono il concetto di vino emiliano.
C'è una parola che mi è tornata in mente più volte mentre ascoltavo Andrea: coraggio.
Perché ci vuole coraggio per recuperare un Lambrusco Oliva quando tutti parlano d'altro.
Ci vuole coraggio per scegliere l'anfora quando sarebbe più semplice seguire percorsi consolidati.
Ci vuole coraggio per cercare eleganza quando il mercato, per anni, ha premiato soltanto la potenza.
E ci vuole ancora più coraggio per credere che uno Chardonnay possa trovare la propria voce in Emilia.
È facile essere diversi quando essere diversi diventa una moda. È molto più difficile esserlo quando nessuno ha ancora capito dove vuoi arrivare.
Il legno accompagna i bianchi senza coprirli. L'anfora custodisce i rifermentati preservandone energia, precisione e autenticità. L'acciaio compare solo quando è necessario. Il risultato è una collezione di vini che, pur diversissimi tra loro, condividono una personalità immediatamente riconoscibile: la sapidità, la tensione, la persistenza.
Sono vini che vogliono lasciare un ricordo. Ed è forse proprio questo il motivo per cui stanno conquistando sempre più spazio sulle tavole dei migliori ristoranti.
Sarebbe però un errore pensare che tutto questo sia nato inseguendo il mercato, perchè è successo esattamente il contrario.
Davide e Andrea hanno continuato a seguire la propria idea di vino anche quando sembrava andare nella direzione opposta rispetto a quella di molti altri. Poi il mercato è cambiato.
Oggi ristoratori, sommelier e appassionati cercano sempre meno vini costruiti per stupire. Cercano vini che abbiano qualcosa da raccontare. Vini con una personalità riconoscibile e identitari.
Davide, mentre versa il primo bicchiere, sorride. Poi ripete quella frase che ormai conosco bene.
"Non perché lo facciamo noi, ma..." E lascia che sia il vino a continuare il discorso.
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Ogni mese ti raccontiamo una cantina ignota ed esclusiva che abbiamo scoperto. Ogni mese tu ricevi a casa quella che per noi è la sua migliore bottiglia: un vino sempre nuovo, pregiato e sorprendente.
È impossibile non pensare a Filare di Mezzo, un rifermentato da Lambrusco Oliva che restituisce tutta la nobiltà di un vitigno spesso rimasto nell'ombra. La bolla è finissima, quasi cremosa. I piccoli frutti rossi dialogano con le erbe aromatiche, mentre una straordinaria vena sapida accompagna il sorso fino a un finale lunghissimo.
È uno di quei vini che ti costringono a rimettere in discussione ciò che credevi di sapere.
Lo stesso accade con J'Accuse. Il Sorbara qui si esprime con una delicatezza quasi disarmante. Melograno, agrumi rossi, rosa selvatica, freschezza e una persistenza che rende ogni sorso incredibilmente gastronomico.
Non è un vino costruito per stupire. È un vino costruito per rimanere.
I due Trebbiani rappresentano forse il lato più intimo della loro ricerca.
Il Trebbiano Modenese racconta precisione, tensione e mineralità. È essenziale, diretto, autentico.
Il Trebbiano di Spagna, invece, sceglie una strada più profonda. La macerazione sulle bucce e il lungo affinamento costruiscono un vino che cambia continuamente nel bicchiere, dimostrando quanto questo vitigno possa esprimere complessità quando viene lasciato parlare.
Poi arriva Gèra. E con lui arriva anche uno dei ricordi più nitidi che porto con me.
Ricordo ancora il primo assaggio.
Non perché fosse uno Chardonnay emiliano, ma perché mi costrinse a mettere in discussione un pregiudizio che, fino a quel momento, non sapevo nemmeno di avere. Anch'io, come molti, avevo sempre pensato che certi territori fossero naturalmente destinati a determinati vitigni.
Gèra mi ha dimostrato il contrario. Non cercando di assomigliare ai grandi Chardonnay del mondo, ma trovando il coraggio di parlare con una voce propria.
Davide e Andrea non hanno mai cercato di convincermi. Anzi.
Davide ha sorriso e ha pronunciato ancora una volta quella frase.
"Non perché lo facciamo noi, ma..."
Poi mi ha semplicemente invitato ad assaggiare.
È stato in quel momento che ho capito la differenza tra un produttore che racconta il proprio vino e uno che lascia che sia il vino a raccontare lui.
Gèra è questo. Una vecchia vigna di famiglia che nessuno avrebbe immaginato potesse regalare uno Chardonnay di questa eleganza.
Uno schiaffo allo scetticismo. "Perché la qualità, quando è autentica, trova sempre il modo di mettere tutti d'accordo."
I Fratelli Raguzzoni non sono soltanto una nuova realtà del vino italiano, ma sono persone che hanno avuto il coraggio di fare una cosa sempre più rara. Continuare a farsi domande.
Forse è proprio questo il vero significato dell'innovazione.
Non rompere con il passato.Ma avere abbastanza rispetto per la tradizione da continuare a interrogarla. Perché l'innovazione non consiste nel fare vini che non sono mai esistiti.
Consiste nel far emergere ciò che un territorio aveva sempre avuto dentro, ma che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di raccontare.
Ripensando a quella giornata, mi torna in mente ancora una volta la frase di Davide.
"Non perché lo facciamo noi, ma..."
E forse è proprio lì che si nasconde il segreto dei Fratelli Raguzzoni.
Non hanno mai cercato di convincere qualcuno che i loro vini fossero migliori.
Hanno semplicemente lavorato perché fossero abbastanza sinceri da parlare da soli.
Ed è forse questa la cosa più bella che possa fare un grande vino.
Non convincerti di avere trovato tutte le risposte.
Ma farti venire voglia di continuare a fare domande.